Pakistan
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Pakistan

Pakistan, mi risulta difficile descrivere un popolo che non ho vissuto, una terra che ho attraversato blindato da Levies.

Ricordo solo volti impressi nella memoria o in uno scatto fotografico.
Ricordo il lungo trasferimento a staffetta da Taftan a Quetta ed a seguire fino a Sukkur dove ho ottenuto nuovamente la libertà di muovermi senza limitazioni, senza scorta, ma ormai il tempo che mi rimaneva non è stato sufficiente per apprezzarne i sapori.

Incuriosito nel conoscere la terra di una comunità che vive le nostre città e che ogni giorno, ogni sera, ritroviamo nei chioschi di frutta e verdura sotto casa.
Curiosità forzatamente negata da una realtà imposta è fatta passare come: sicurezza personale.

Li chiamo terroristi, invisibile realtà o voluta finzione per isolare un popolo, o giudicare una nazione.
Ho attraversato sotto scorta la regione del Belucistan territorio confinante con l’Afganistan, arido secco un deserto fatto di nulla, qualche paese rurale, solo checkpoint a difendere un territorio, una strada infinita dal confine iraniano fino a Quetta.
Sei segnalato, schedato, ogni 25 km all’incirca sempre il solito rito dell’identificazione o del cambio scorta.
Da Sukkur a Multan e da Multan a Lahore, invece, entri in un altro mondo un altro Pakistan fatto di caos, frastuono a suon di clacson e tanta sabbia che copre ogni cosa, stenti a percepirla inizialmente, poi se guardi con attenzione ne sei coperto.

Volti, solo maschili in ogni angolo, non s’intravede una donna, neanche un velo nero.
Uomini solo uomini e la loro aggregazione, forte e nascosta quanto l’evidente declinazione.

Pakistan chiuso e schiacciato tra terre dove la guerra al terrorismo fa loro un popolo di terroristi, dove un popolo clandestino, quello afgano, vede il Pakistan solo come una terra senza nome da varcare per giungere in Iran sperando nella lontana Turchia.

Pakistan dove una partita di Kriket con l’India si festeggia a colpi di kalashnikov, dove ad ogni angolo il kalashnikov sembra essere un arto o un concetto astratto di una sicurezza che cela semplicemente la paura ad un confronto soffocato dalla stessa ipocrisia.

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02 Comments

  1. Antonio Rosado

    Great Voyage!!!! keep on !!!

    giugno 29, 2017 Rispondi
  2. barbara Rambaldi

    Mauro, che emozione seguirti…. Sono preoccupata, ma so che tu sei una persona capace e saprai cavartela.
    Le tue descrizioni sono prive di retorica, di enfasi. Asciutte. Mi piacciono moltissimo. E le foto poi… Molto intense.
    Sarà un viaggio che ti cambierà la vita. Non c’è dubbio.

    agosto 25, 2017 Rispondi

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My 365 Days

Mi chiamo Mauro Chieffo, vi presento il mio giro del mondo in motocicletta in 365 giorni, un’avventura da Bologna a New York, dall’Asia all’Australia, dall’Argentina risalendo il Sud America fino ad approdare in USA, solo la mia tenda come tetto.

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